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  • Immagine del redattore: Fulvio Longo
    Fulvio Longo
  • 2 nov 2020
  • Tempo di lettura: 2 min

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Si chiama attualmente AD109 ed è una pastiglia che, assunta una volta al giorno, può alleviare i sintomi dell’apnea notturna e ridurre il russare nel sonno. A produrla saranno gli esperti dell’azienda statunitense Apnimed, che hanno avviato la fase di sperimentazione di una compressa a base di due principi già noti, che potrebbe essere in grado di ridurre i problemi di apnea notturna fino al 74 percento. “In Gran Bretagna ci sono almeno due milioni di persone a soffrire di questi disturbi – affermano i vertici di Apnimed – e l’apnea ostruttiva del sonno (OSA) provoca fenomeni di russamento e respirazione interrotta. Si tratta di una patologia più comune negli uomini di età superiore ai 40 anni, specialmente se obesi, ma anche le donne e gli altri soggetti possono soffrirne”. Due molecole per una pastiglia Per la compressa AD109, il team ha utilizzato due farmaci: l’atomoxetina e l'ossibutinina. La prima è nota da quasi 20 anni ed è utilizzata per trattare i disturbi da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) nei bambini, aumentando i livelli di una sostanza chimica del cervello chiamata noradrenalina, che aiuta a migliorare la concentrazione. L’ossibutinina, invece, viene prescritta ai pazienti con incontinenza urinaria, e riduce gli spasmi nei muscoli che controllano la vescica. La combinazione dei due principi attivi dovrebbe agire sui muscoli che controllano la lingua. “Il suono del russare si verifica quando i muscoli delle vie aeree, che durante il sonno si rilassano, collassano completamente e l’aria viene forzata attraverso uno spazio più piccolo nella gola e si può verificare un’interruzione della respirazione per dieci secondi o più, il che porta al risveglio. Nei casi più gravi, il sonno può essere disturbato ogni due minuti”. I trattamenti principali prevedono cambiamenti nello stile di vita come perdere peso, ridurre il consumo di alcol, dormire su un fianco o l’uso di dispositivi a pressione positiva continua (CPAP), che però risulta ingombrante e poco pratico per molte persone. “Una pillola da assumere oralmente una volta al giorno – commentano gli scienziati – potrebbe rappresentare un trattamento efficace per l’apnea notturna. Nel 2018 presso il Brigham and Women's Hospital di Boston l’atomoxetina e l’ossibutinina sono state somministrate contemporaneamente a una popolazione di 20 russatori, e dopo una sola notte i risultati sono stati tanto promettenti che alcuni pazienti sono passati da una media di quasi 30 interruzioni respiratorie ogni ora a circa sette, un calo del 74 percento”. Effetti collaterali Tra gli effetti collaterali dei farmaci vi sono secchezza degli occhi, crampi allo stomaco e sonnolenza per l’ossibutinina e depressione e pensieri suicidi per l'atomoxetina, ma gli esperti di Apnimed sono ottimisti sulla sperimentazione in fase di organizzazione. “Si tratta di risultati preliminari interessanti – commenta Neil Stanley, esperto indipendente e membro della British Sleep Society – ma sono necessarie ulteriori ricerche per stabilire la durata degli effetti e l’efficacia del farmaco”. ARTICOLI CORRELATIGli effetti negativi sull'organismo prodotti dal dormire male Oggi è la giornata mondiale del sonno. I consigli della World Sleep Society per correggere e curare i disturbi a esso legati. fonte AGI

 
 
 
  • Immagine del redattore: Fulvio Longo
    Fulvio Longo
  • 2 nov 2020
  • Tempo di lettura: 5 min

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La pandemia e il lockdown hanno evidenziato grandi cambiamenti nel nostro approccio al consumo che corrispondono al nuovo sentire delle ultime generazioni (Millennial e Gen Z): qualità ed economia circolare.


Proprio questo nuovo desiderio di benessere e lusso ha contribuito a dare una bella spinta al mercato del “second hand”.

In altre parole sta tornando la moda dell’usato. Ed è cosi vero che a testimoniare il cambiamento in atto è il debutto di un nuovo prodotto editoriale, “Display copy”, cartaceo e web. Si tratta di una nuova rivista di moda che proporrà nelle sue pagine solo immagini ed editoriali con capi vintage, cioè capi riciclati. 

Nello stesso tempo, In tutto il mondo tra i nuovi bisogni emerge il desiderio di beni di lusso: il benessere associato al lusso è percepito da moltissimi giovani e non solo come fondamentale, come priorità in momenti così difficili. I beni di lusso (abbigliamento, accessori, vini, profumi, liquori, prodotti per la cura della persona) si ridefiniscono nelle loro modalità di acquisto con un’impennata delle vendite on-line e, dato nuovo, con un boom di vendite di prodotti di seconda mano per il settore abbigliamento ed accessori. 

I prodotti di “lusso”  si trasformano  anche nella loro sostanza, diventando più essenziali, come testimoniano gli esiti di un sondaggio condotto su 8.200 ricchi consumatori di Italia, Francia, Germania, Cina, Stati Uniti, Gran Bretagna e Spagna, per l’edizione 2020 di WLT -World Luxury Tracking, il barometro annuale delle tendenze di consumo nel lusso di Ipsos.

Ovviamente questi bisogni esprimono nuovi paradigmi e sentimenti profondi che hanno sfaccettature diverse nei vari paesi ma con un denominatore comune: la tendenza al benessere della persona e la ricerca di una dimensione sostenibile-etica. In Europa, dicono i dati, proprio durante il lockdown si è consolidato un nuovo approccio agli acquisti nel fashion e accessori: i numeri indicano un incremento degli acquisti  di second hand online e il 21% riguarda beni di lusso firmati.

 Il lungo periodo di isolamento ha accelerato processi già avviati, facendo emergere  il desiderio dei consumatori  per un ritorno alla qualità magari anche  attraverso  nuove modalità di consumo come il noleggio o il “second hand”,  in una nuova logica di economia circolare.

Il boom delle vendite di capi firmati di seconda mano è dovuto certamente a scelte più sostenibili ma anche all’esigenza di risparmiare senza sacrificare la qualità.  Secondo il report annuale della piattaforma americana Thread Up che individua un’accelerazione di alcune tendenze già in atto nel mercato della moda, la vendita di capi di lusso usati è destinata a superare nel 2029 il “fast fashion(“moda veloce” caratterizzata da prodotti di bassa qualità, con prezzi molto contenuti e con formula produttiva e distributiva completamente nuova, in cui la velocità di immissione sul mercato è l’unica priorità) .

Trainanti saranno, secondo questo report, le vendite online che porteranno, entro il 2029, il mercato resale (rivendite di seconda mano), a superare in valore quello del fast fashion, con 44 miliardi di dollari di valore contro 43 miliardi.  La Generazione Z, e non solo, sembrerebbe infatti amare l’usato per questioni ambientali, ma anche per esigenze economiche e  sembrerebbe prediligere, secondo i sondaggi, un usato di qualità.

Le piattaforme on-line ma anche i negozi fisici dedicati allo shopping del lusso “second hand” si sono moltiplicate ovunque nonostante il lockdown e la pandemia per rispondere al nuovo sentire e permetterci di acquistare senza troppi sensi di colpa. Ricordiamo le tante realtà online, già consolidate,  che vendono abbigliamento ed accessori di lusso firmati come per esempio Rebelle, RebagVestiaire Collective, vintage Qoo,  Scout Lae i “Tesori” vintage di New York, Levi’s Secondhand e TheRealRea (con cui Gucci ha appena annunciato una partnership per ottenere uno spazio sulla piattaforma), . Alcuni di questi nuovi siti, come per esempio Lampoo, realtà italiana, nata a Milano alla fine 2019, offrono anche un servizio di ritiro gratuito a domicilio dell’usato.

La fase del ritiro diventa assolutamente indispensabile perché emotivamente “ lberatoria” per poter procedere a nuovi acquisti, senza sentirsi troppo in colpa. Ritirare i capi o gli accessori usati è infatti un passaggio ad un modello di consumo più sostenibile che riduce gli sprechi e preserva le risorse naturali: il modello di economia lineare si trasforma concretamente nel nuovo modello di  economia circolare. 

Il boom del mercato dell’usato “resell”, comprende anche  prodotti “non di lusso” come testimoniano  le nuove piattaforme di vendita online di COS (marchio di proprietà dello svedese H&M) di  Zalando e di Asos che stanno spingendo per conquistare questo nuovo ed appetibile mercato..

Il “resell” però, pur essendo una buona pratica di etica e sostenibilità, non tutela occupazione e l’economia nell’intera filiera tessile, come è facile intuire.

Il ritiro dei capi usati non è nuovo per le grandi aziende della moda (Zara, H&M, il gruppo OVS, Intimissimi , Tezenis) che già da qualche anno, con importanti operazioni di marketing,  hanno iniziato ad intraprendere un percorso di economia circolare aderendo a nuovi modelli economici per la riduzione degli scarti, differenziando le fonti di approvvigionamento, recuperando  i capi e riciclando i materiali per produrre capi con tessuti da fibre riutilizzate.  

Gli indumenti usati raccolti da queste grandi aziende sono riutilizzati per il mercato del second-hand, se in buone condizioni, smistati in paesi terzi, e ancora una parte recuperati per essere trasformati in nuove fibre tessili per realizzare nuovi tessuti con procedimenti di riciclo meccanico o chimici. Dagli stracci ai nuovi tessuti.

Il ritiro dell’usato e il recupero degli scarti per la realizzazione di nuove fibre e tessuti, secondo il modello di economia circolare, è certamente l’unico modello possibile, per produrre in modo più sostenibile e non privo di opportunità economiche.

È necessario però un altro passaggio, per ottimizzare i percorsi di sostenibilità, salvaguardando l’occupazione nell’intera filiera tessile, che è quello di pensare, già in fase di progettazione, all’intero ciclo di vita di un prodotto, massimizzandone il valore d’uso.  Il designer, o meglio l’eco-designer non si pone più unicamente l’obiettivo di ottenere prodotti vendibili, che dopo l’uso si trasformeranno in rifiuti o capi per il mercato dell’usato ma penserà da subito anche al prodotto nella sua fase post-vendita,  prevedendone nuovi destini od utilizzi nella logica di un sistema cradle to cradle (dalla culla alla culla) che si contrappone al modello di economia lineare “cradle to grave”(dalla culla alla tomba).

Solo con una buona “cultura della circolarità” e la sua applicazione già in fase progettuale si impiegano meno risorse e materie prime e si riduce lo spreco mantenendo l’occupazione nella manifattura e l’economia della filiera integra.

Siamo di fronte a cambiamenti radicali che non possono essere ignorati e ai quali la pandemia ha fatto da acceleratore e che impongono una diversa formazione di base per i nuovi “eco-fashion designer” mirata alla nuova logica del riuso.

Interessanti  iniziative in una logica di economia circolare che già prevede una fase post-vendita, stanno sorgendo in tutti i settori,  come per esempio il recente progetto del gruppo Prenatal (marchio di proprietà dell’azienda italiana Artsana Group ) con il suo programma  “Forever young”,  che prevede già al momento dell’acquisto di sistemi modulari (trio composto da carrozzina-seggiolino auto-passeggino), prodotti  studiati per durare nel tempo ma spesso utilizzati per brevi periodi,  il loro ritiro, dal 12esimo al 18esimo mese di utilizzo,  in cambio di  una gift card corrispondente a un valore tra il  50% e il 30% del bene restituito (a seconda del brand e delle condizioni) , oppure il riciclo delle singole parti per la rinascita in forma diversa di nuovi prodotti.

 
 
 
  • Immagine del redattore: Fulvio Longo
    Fulvio Longo
  • 31 ott 2020
  • Tempo di lettura: 4 min

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AGI - La pandemia aumenta il divario tra le famiglie e ‘congela’ i consumi che si trasformano in risparmio ma quasi un italiano su cinque non riuscirebbe a far fronte a una spesa imprevista di 1.000 euro con risorse proprie. E se la spesa imprevista fosse di 10.000 euro oltre la metà avrebbe problemi a sostenerla con mezzi propri. E' quanto emerge dall'indagine annuale curata da Ipsos per Acri in occasione della Giornata mondiale del risparmio che fotografa un Paese caratterizzato da "evidenti contraddizioni". 


Se, da una parte, si rileva una ritrovata serenità e fiducia rispetto alla propria situazione economica, dall'altra parte, è diffusa una preoccupazione generalizzata che induce molta cautela sia nel consumo, che nell’investimento. Cresce quindi la percentuale di italiani che risparmia senza troppe rinunce (58%) e che guarda con soddisfazione agli ultimi 12 mesi, periodo durante il quale è accresciuto il proprio accantonamento di riserve.

La contrazione dei consumi, soprattutto quelli legati al fuori casa e al divertimento, ha consentito di incanalare le entrate verso il risparmio senza incorrere in troppi sacrifici. Tuttavia, sottolinea l'indagine, esiste una minoranza che si trova in una situazione ancor più complessa che in passato, sia per i consumi, che per le possibilità di risparmio. Sono coloro che stanno pagando la crisi attuale e le code della precedente, e che rischiano di essere sempre più marginalizzati: vivono la situazione con crescente ansia, perché non intravedano vie d’uscita.

Come ha spiegato il presidente Acri, Francesco Profumo, "c'è una grande polarizzazione fra gli italiani" e "questo aumento del risparmio non accresce gli investimenti e non è un motore di sviluppo". "La crisi sta colpendo pesantemente famiglie che erano già in difficoltà ma le preoccupazioni legate alla diffusione del contagio e alla capacità di risposta del sistema sanitario spostano in avanti i timori per le ripercussioni economiche della pandemia nel nostro Paese e nel mondo", ha spiegato il presidente Acri.

Italiani sempre più formiche temono il futuro

Aumenta quindi la propensione al risparmio ma cresce l'incertezza e la preoccupazione per il futuro. Si guarda al risparmio come "fonte di tranquillità", molto più di quanto non accadesse in passato, quando era vissuto maggiormente come "fonte di sacrificio". L'accumulo di liquidità garantisce al 46% degli italiani "un senso di tranquillità", accentuando, rispetto al 2019, "la ricerca di questa forma di autotutela in un contesto mutevole e insidioso".

Pertanto il risparmio è vissuto con "senso di sacrificio" (21%) in misura più contenuta rispetto al passato (30%), probabilmente per la maggiore facilità di risparmio e per la consapevolezza della serenità che solide basi accumulate possano garantire in caso di avversià. Ma se a preoccupare non è tanto il futuro a breve termine, pensare a un orizzonte temporale di 10 o addirittura 20 anni intimorisce il 57% degli italiani.

Economia (basse prospettive per i giovani, lavoro instabile e mancanza di risparmi cumulati su cui contare) e salute sono le due grandi incognite da cui si cerca di rifuggire facendo leva sulla rete parentale, prima di tutto, e sull’impegno a prevenire le malattie e a curarsi. Il 35% degli italiani risparmia senza pianificazione o precise finalità, mentre il 65% risparmia avendo in mente progetti ed esigenze future (38% esigenze immediate, 33% medio termine, 28% lungo termine).

Italiani scelgono liquidità e 'puntano' su mattone

Gli italiani continuano a prediligere l'accumulo di liquidità come forma di risparmio (il 63%) sebbene si registri un crescente orientamento verso l’investimento di almeno una piccola parte del proprio denaro. E se devono 'puntare' i propri soldi scelgono ancora il 'mattone' (33%) o strumenti finanziari meno rischiosi (29%). Alla base delle scelte d’investimento, prende sempre più spazio la solidità del soggetto proponente (21%, +2% rispetto al 2019) e cresce l’attenzione a voler investire in modo finalizzato, con scelte che siano di sostegno allo sviluppo del Paese (17%, +2% rispetto al 2019), o che pongano al centro l’attenzione dall’impatto sociale e ambientale (22%). (AGI)

Con Recovery aumenta fiducia nella Ue

Il 'cambio di passo' del Recovery fund fa crescere la fiducia degli italiani nell'Unione europea (il 57% degli si fida ora dell'Ue) e nelle potenzialità dell'euro. Dall’indagine emerge come "la drammaticità della situazione" legata alla pandemia generi un desiderio di agire con urgenza rispetto ai problemi dell'oggi. Le priorità su cui puntare sono chiare agli italiani: fornire migliori opportunità di lavoro ai giovani (importante per il 54%) e realizzare un sistema sanitario adeguato (48%).

In generale, ciò che si richiede è "una crescente attenzione a welfare, responsabilità sociale, formazione, innovazione: su questi aspetti si dovrebbero concentrare gli impegni dell'agenda governativa, in modo da favorire la crescita e lo sviluppo del nostro Paese, soprattutto in un periodo impegnativo come questo".

L'Unione Europea, sottolinea l'indagine, "ha rappresentato un valido aiuto per l'Italia durante l'emergenza Covid, determinando un'impennata nel livello di fiducia, con dei riverberi sul livello di soddisfazione per l'Euro". Il Recovery Fund "ha determinato una svolta nel rapporto tra l'Italia e l'Europa, che è stata l'unico soggetto internazionale, insieme alla Bce, a essere percepito come vicino". Questo ha fatto crescere il livello di fiducia negli ultimi mesi (57% degli italiani si fida ora dell'Ue).

Anche guardando ai prossimi 5 anni, per il 62% della popolazione, permane l'aspettativa che l'Unione Europea andrà nella giusta direzione. E ciò ha accelerato anche il processo di "apprezzamento" della moneta unica da parte degli italiani, trainando l'ulteriore risalita del livello di soddisfazione, per quanto vi sia ancora una certa prevalenza di critici (54%). I soddisfatti per l'Euro sono cresciuti di 11 punti in 5 anni (da 2014 in cui erano il 26% al 2019 in cui raggiungevano il 37%), e sono aumentati di ben 9 punti in un anno, raggiungendo nel 2020 il 46%.

Di conseguenza, più di due terzi degli italiani (68%) sposa appieno l'idea che l'uscita dell'Italia dall'Unione europea sarebbe un errore imperdonabile e il 57% ritiene che, in una prospettiva lunga 20 anni, è meglio essere nell'Euro piuttosto che avere una propria divisa nazionale, preferita solo dal 27%.

Ricostruzione post Covid punti su giovani e sanità

La ricostruzione "post Covid" dovrà tenere conto di due istanze importanti, che coinvolgono la guida e l'amministrazione dello Stato, i cittadini, le imprese: "perseguire con convinzione un sentiero di sviluppo sostenibile e offrire formazione soprattutto ai giovani, per contrastare la povertà educativa". In questo contesto i corpi intermedi (76%), e in particolare le associazioni di volontariato (86%), possono offrire un contributo importante e utile di conoscenza e di capacità di incanalare le azioni nel modo più efficiente.

 
 
 
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