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Non si può nascondere che ci sia grande curiosità attorno a quella che si preannuncia come una delle poche esposizioni “live” a cui si potrà assistere in questo anno così particolare, nonché la prima in assoluto di questa stagione nel complesso fieristico parmense. Ma i numeri sono tutti dalla parte del Salone, prontissimo per la sua undicesima edizione: sono infatti di pochi giorni fa le incoraggianti cifre rese note dall’APC – Associazione Produttori Caravan e Camper, primo partner di Fiere di Parma nell’organizzazione della kermesse, secondo cui per quest’estate sono attesi nelle strade del nostro Paese almeno 1.200.000 camperisti (800.000 italiani e 400.000 stranieri circa). Ma non solo: le immatricolazioni di camper in questi primissimi mesi post-lockdown sono tornate a fare numeri eccellenti con un maggio uguale a quello del 2019, ma con un +17% per i camper a noleggio, e addirittura un giugno che ha fatto registrare +50% sull’omologo dell’anno scorso. Dati che non fanno altro che confermare come l’estate 2020 sia veramente all’insegna del Turismo in Libertà e che non si possa trovare conclusione migliore nell’evento clou per gli appassionati, il Salone di Parma, manifestazione di settore tra le due più importanti del mondo.Da sabato 12 a domenica 20 settembre nei padiglioni 3-4-5-6 delle Fiere di Parma il gotha del camperismo si ritroverà come al solito in un clima di festa e di gioia, adottando naturalmente tutte le misure sanitarie e sociali che l’emergenza Covid-19 prevede ma senza per questo snaturare lo spirito del Salone. Sui 61.000 metri quadrati di superficie espositiva sarà possibile toccare con mano le novità più interessanti di tutti i grandi marchi presenti: Adria, Airstream, Arca, Autostar, Benimar, Blucamp, Carthago, Challenger, Chausson, CI, Dreamer, Elnagh, Euramobil, FCA, Ford, Font Vendome, Giotti Line, Itineo, Knaus Tabbert, Malibu, McLouis, Mobilvetta, Rapido, Rimor, Roller Team, Sun Living, Vantourer, Westfalia e XGo.

 
 
 
  • Immagine del redattore: Fulvio Longo
    Fulvio Longo
  • 2 ago 2020
  • Tempo di lettura: 2 min

È morto a 91 anni a San Rafael, in California,  William English , l'ingegnere informatico che nel 1963 costruì il  primo mouse per computer  sulla base del progetto del collega  Douglas Engelbart , scomparso nel 2013. Il decesso, dovuto a insufficienza respiratoria, risale allo scorso 26 luglio ma è stato reso noto solo ora dalla moglie. L'incontro con Engelbart risale alla fine degli anni '50, quando English, figlio di un ingegnere elettrico, rinunciò a una carriera nella marina militare per entrare in un laboratorio di ricerca californiano, lo Stanford Research Institute, attuale SRI International. In un'epoca in cui solo gli specialisti utilizzavano computer, fatti di carte punzonate e tastiere da macchina da scrivere, Engelbart progettava di costruire u na macchina che chiunque potesse usare  semplicemente manipolando un'immagine sullo schermo. L'idea alla base dei personal computer all'epoca appariva però bizzarra nella comunità informatica. English fu uno dei pochi che la comprese, e mise le sue capacità al servizio di un'illuminazione che avrebbe cambiato il mondo. Engelbart immaginò un dispositivo che potesse muovere un cursore su uno schermo e svolgere compiti selezionando particolari simboli e immagini (altra idea rivoluzionaria: le icone). English seppe mettere tale intuizione in pratica. Il primo mouse era una scatoletta con involucro in legno e un pulsante rosso in un angolo. Il suo debutto fu la  presentazione del computer sperimentale NLS , avvenuta a San Francisco il dicembre 1968 e passata alla storia come "la madre di tutte le dimostrazioni". Engelbart sul palco mostrava quello che, proiettato su uno schermo, English compiva con quella macchina rivoluzionaria: i primi programmi per l'impaginazione di testi, la prima videoconferenza, i primi "ipertesti", ovvero i link, altra illuminazione. "Si vide come l'interfaccia di un computer avrebbe potuto - e dovuto - apparire", spiega al New York Times  Doug Fairbairn , direttore del Museo di Storia del Computer di Mountain View e collaboratore di English negli anni '70. La cassetta di legno di pino manovrata da English conteneva due potenziometri che tracciavano i movimenti delle due piccole ruote alla base del dispositivo. Fu chiamato "mouse", topo, perche' il cursore sullo schermo - la cui sigla era CAT, gatto - sembrava dargli la caccia con i suoi movimenti. Un colpo di genio che potrebbe essere stato agevolato dall'assunzione di  LSD . Sia English che Engelbart facevano infatti parte di un programma di test governativi che intendevano verificare quanto l'acido lisergico potesse "aprire la mente" e stimolare la creatività in cervelli già brillanti. 

 
 
 
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