Più forza al business con gli SMS

L'SMS MARKETING può far decollare la tua attività.
Sperimentalo gratis con Esendex. 5 SMS omaggio!

www.esendex.it
top of page
  • Immagine del redattore: Fulvio Longo
    Fulvio Longo
  • 20 giu 2020
  • Tempo di lettura: 3 min

Da inizio anno buona parte dell’umanità è alle prese con la più grave pandemia degli ultimi decenni, causata da un coronavirus che ha portato a milioni di infezioni e a oltre 450mila morti in tutto il mondo. L’emergenza sanitaria non è ancora finita e saranno necessari mesi prima che sia sotto controllo, si spera anche con l’aiuto di un vaccino. Se l’attuale coronavirus non esistesse, inutile dirlo, staremmo tutti meglio: ma cosa accadrebbe se scomparissero tutti i virus dalla faccia della Terra?BBC Future lo ha chiesto a virologi ed esperti di ecosistemi arrivando a una conclusione piuttosto netta: sarebbe probabilmente un disastro.

Non tutti i virus vengono per nuocere Complici le numerose malattie che causano – compresa la COVID-19 – tendiamo a considerare i virus come agenti infettivi molto pericolosi e dai quali non arrivi nulla di buono. In realtà la stragrande maggioranza dei virus non causa danni agli esseri umani, ma ha invece un ruolo determinante nel mantenimento degli equilibri negli ecosistemi, dai più piccoli ai più grandi e giganteschi come quelli oceanici. La consapevolezza della loro importanza è diventata evidente negli ultimi decenni, grazie ad alcuni virologi che hanno deciso di studiare l’influsso dei virus su larga scala e non solo su quella più piccola del nostro organismo (comunque molto importante per produrre vaccini e trattamenti per ridurre l’impatto delle malattie infettive).Senza i virus, la vita sul nostro pianeta per come la conosciamo smetterebbe di esistere. I virus infatti hanno un ruolo essenziale nel tenere sotto controllo la proliferazione dei batteri, per esempio, e nell’avviare simbiosi con funghi e organismi che altrimenti non riuscirebbero a sopravvivere. I ricercatori hanno capito che i virus influenzano profondamente il sistema della vita, ma l’estensione delle loro ramificazioni è ancora ignota e molte cose restano da scoprire.

A oggi non sappiamo nemmeno quanti tipi diversi di virus esistano. Soprattutto nell’ultimo secolo siamo riusciti a classificarne alcune migliaia, ma secondo diversi modelli statistici è probabile che ne esistano svariati altri milioni che non conosciamo. Ciò deriva dalla tendenza della ricerca a concentrarsi sui virus che causano malattie, che riguardano direttamente noi, gli animali che alleviamo o le piante che coltiviamo, e a tralasciare ciò che non costituisce invece una minaccia diretta.

A caccia di batteri

Per comprendere l’importanza dei virus nelle nostre vite, e in quelle di milioni di altre specie, è utile prendere in considerazione i batteriòfagi (o fagi), i virus che si sono specializzati nell’infettare esclusivamente i batteri (un batterio è un essere vivente costituito da una sola cellula, un virus è un contenitore di codice genetico, ma senza processi cellulari propri). Come suggerisce il nome, i batteriofagi sono avidi cacciatori di batteri: li sfruttano per replicarsi e ne determinano la morte. Questa loro attitudine piuttosto violenta si rivela essenziale negli oceani, dove i fagi regolano la diffusione e la quantità dei batteri. Se scomparissero i fagi, alcune specie di batteri prolifererebbero a scapito di altre, causando serissime conseguenze per interi ecosistemi.Gli oceani sono una delle fonti più importanti di ossigeno dell’intero pianeta. Sono popolati da pesci, cetacei e altre specie marine che conosciamo bene, eppure si stima che quasi il 90 per cento di tutti i viventi oceanici siano microbi. Sono coinvolti nella produzione dell’ossigeno, anche grazie alla presenza di particolari virus.

Ogni giorno i fagi causano la morte del 20 per cento circa di tutti i microrganismi oceanici, e uccidono circa la metà dei batteri che si trovano negli oceani. È un’ecatombe di cui beneficiano gli organismi che costituiscono il plancton, e che tramite la fotosintesi forniscono un contributo essenziale per sostenere la vita sulla Terra.

Curtis Suttle della University of British Columbia (Canada) ha spiegato a BBC Future che: “Quando una popolazione [di una specie] diventa molto abbondante, i virus tendono a replicarsi molto velocemente e a ridurla, creando lo spazio per altri esseri viventi”. È un meccanismo che viene osservato spesso in natura, per esempio nello studio di insetti e parassiti, dove le generazioni si susseguono rapidamente ed è più facile rilevarne i cambiamenti. In sua assenza, ha spiegato sempre Suttle, “perderemmo velocemente buona parte della biodiversità del pianeta: avremmo poche specie predominanti che renderebbero marginali le altre”.


 
 
 
  • Immagine del redattore: Fulvio Longo
    Fulvio Longo
  • 20 giu 2020
  • Tempo di lettura: 2 min

Malala si è laureata a Oxford e dopo il Nobel per la pace realizza il suo sogno

la ragazza del Pakistan a 22 anni si è laureata dopo tre anni di studio in filosofia, politica e economia. Le tappe della sua vita :

IL BLOG: a 11 anni, comincia a scrivere un blog per la Bbc, firmando con lo pseudonimo di Gul Makai. Racconta i soprusi subiti dalle popolazioni della valle dello Swat, sotto i talebani, che impedivano tra l'altro l'istruzione per le donne.

L'ATTENTATO: il 9 ottobre 2012 è ferita alla testa e al collo da due militanti di Tehrik-i-Taliban che le sparano mentre rientra a casa in autobus.

LE CURE A BIRMINGHAM: si riprende grazie alle cure ricevute in Inghilterra, dove vive, e torna a una vita quasi normale che dedica ai diritti delle donne nel mondo arabo.

L'APPELLO AL PALAZZO DI VETRO: il 4 febbraio 2013 riappare in pubblico annunciando al suo Paese la creazione di un fondo di aiuti per l'istruzione in Pakistan. In occasione del suo sedicesimo compleanno, il 12 luglio 2013, parla al Palazzo di Vetro a New York indossando lo scialle appartenuto all'ex premier pakistana, Benazir Bhutto, assassinata da Al Qaeda nel 2007, e lancia un appello per l'istruzione dei bambini nel mondo. Nel libro "Io sono Malala", scritto dalla giornalista inglese Christina Lamb, parla della sua vita prima e dopo l'attentato, raccontando anche delle sue aspirazioni politiche e della sua passione per Justin Bieber e Angelina Jolie.

LA PIU' GIOVANE PREMIO NOBEL: Il 10 ottobre 2014, a 17 anni, è insignita del premio Nobel per la Pace, diventando cosi' la piu' giovane vincitrice di un Nobel. Il Parlamento europeo le conferisce il premio Sakharov per la libertà di pensiero; e la rivista americana Time le dedica una copertina il 29 aprile 2013 piazzandola tra le 100 persone piu' influenti del mondo.

GLI STUDI AD OXFORD: dal 2017 è ammessa a studiare politica, filosofia ed economia (Ppr) al college Lady Margaret Hall di Oxford. Un percorso terminato con sucesso .

 
 
 
  • Immagine del redattore: Fulvio Longo
    Fulvio Longo
  • 19 giu 2020
  • Tempo di lettura: 3 min

In Italia lo studio è stato coordinato dal Policlinico di Milano e ha coinvolto anche l'Istituto Clinico Humanitas e l'Ospedale San Gerardo di Monza Le persone con il gruppo sanguigno A hanno maggiori probabilità di sviluppare sintomi più gravi di Covid-19. A confermarlo è una ricerca scientifica internazionale pubblicata sulla rivista scientifica New England Journal of Medicine che ha coinvolto centri di ricerca italiani, norvegesi, tedeschi e spagnoli. In Italia lo studio è stato coordinato dal Policlinico di Milano e ha coinvolto anche l'Istituto Clinico Humanitas e l'Ospedale San Gerardo di Monza. Gli scienziati hanno preso in esame 1.600 pazienti di Italia e Spagna, i due Paesi più colpiti dall'emergenza coronavirus, scoprendo tra le altre cose che il gruppo sanguigno 0 sarebbe associato a sintomi più lievi: informazioni preziose, che consentiranno ai medici di prevedere per tempo eventuali complicazioni e che potranno migliorare le possibilità di cura sui pazienti positivi al virus Sars-CoV-2.

"Con la nostra ricerca abbiamo stabilito che il gruppo sanguigno - spiega Luca Valenti, coordinatore italiano dello studio e medico del Centro Trasfusionale del Policlinico di Milano - è uno dei principali fattori ereditari che predispongono a sviluppare una malattia più grave per il Covid-19. In particolare, i risultati ci dicono che il gruppo sanguigno A ha un rischio aumentato di compromissione polmonare severa, mentre chi appartiene al gruppo 0 è più protetto. E dato che il gruppo sanguigno è ereditario, è possibile concludere che è ereditaria anche la predisposizione ai sintomi più gravi per questa malattia".

Il sospetto che i gruppi sanguigni influenzassero in qualche modo la gravità dei sintomi da Covid-19 era già emerso in un precedente studio cinese: "La novità della nostra ricerca - commenta Daniele Prati, direttore del Centro Trasfusionale del Policlinico di Milano - è che nei pazienti presi in esame abbiamo analizzato tutti i marcatori dell'intero genoma, confermando per la prima volta in maniera sistematica che il gruppo sanguigno è uno dei fattori principali che portano a predire la gravità dei sintomi".

I meccanismi di sintomatologia non ancora del tutto chiari

I ricercatori hanno individuato anche un'ulteriore porzione del Dna che sarebbe legata ad una maggiore gravità del coinvolgimento respiratorio di Covid-19: si tratta di una regione del cromosoma 3, anche se il meccanismo con cui questa porzione di codice genetico agirebbe sulla malattia non è stato ancora del tutto chiarito.

"Per ora abbiamo due marcatori genetici che indicano un aumento del rischio alla gravità della patologia: uno è il gruppo sanguigno, che conosciamo meglio - prosegue Valenti - e l'altro è una regione del cromosoma 3 che comprende alcuni co-recettori del virus e fattori infiammatori, ma è ancora in corso di definizione. Al momento, comunque, conoscendo questi due fattori sarà possibile prevedere, nel caso l'infezione persista nella popolazione o si verifichi una seconda ondata, quali persone saranno più suscettibili a eventuali complicazioni. In questo modo i medici potranno preparare in anticipo le migliori strategie di prevenzione e trattamenti piu' mirati. Inoltre, questa scoperta è fondamentale per la ricerca scientifica, perché può contribuire nella messa a punto di vaccini efficaci contro Sars-CoV-2".

L'esatto meccanismo con cui uno specifico gruppo sanguigno porterebbe a sintomi più gravi (o, al contrario, un altro gruppo porterebbe ad attenuarli) non è ancora stato del tutto chiarito, ma è proprio da qui che partiranno ricerche più approfondite:

"Capendo quali sono i fattori predisponenti - dice Daniele Prati - riusciremmo a capire meglio quali sono i meccanismi della malattia e quindi ad elaborare delle terapie più efficaci". La cosa fondamentale, concludono i due esperti, è sottolineare che non ci sono al momento certezze che i gruppi sanguigni influenzino il rischio di contrarre il coronavirus. Sappiamo però che quando vengono contagiate le persone di gruppo A, è più probabile che sviluppino una forma più grave.



 
 
 
bottom of page