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  • Immagine del redattore: Fulvio Longo
    Fulvio Longo
  • 6 giu 2020
  • Tempo di lettura: 2 min

Duro colpo all’occupazione vercellese. Ieri è arrivata la notizia che le Officine Meccaniche Cerutti sono intenzionate a chiudere lo stabilimento di Vercelli, nato nel 1969 e dotato di un centro di ricerca. Sono stati annunciati anche 163 esuberi tra Vercelli e Casale Monferrato. Rimarranno al lavoro 125 dipendenti, parte di Vercelli e parte di Casale: continueranno la produzione in una NewCo, che nascerà nei prossimi giorni, finanziata da risorse della famiglia Cerutti e da imprenditori esterni. Sempre ieri mattina, dopo un incontro giovedì con i sindacati, è iniziata l’assemblea permanente dei lavortori nello stabilimento vercellese, che dà lavoro a 140 persone e che di fatto ha bloccato la produzione.

«Situazione drammatica»

Da settimane la situazione dell’azienda era difficile. «Drammatica», secondo i sindacati. A marzo era iniziata la cassa straordinaria per i 288 lavoratori di Officine Meccaniche Giovanni Cerutti S. p. A. e Cerutti Packaging Equipment S. p. A. Poi l’emergenza sanitaria ha fatto precipitare tutto, affossando la prospettiva di un investimento dall’estero nell’azienda che opera nel settore delle macchine ed attrezzature per la stampa. E che aveva già in parte riconvertito la produzione, per ovviare alla crisi, in macchine per imballaggio.

«Lo scoppio della pandemia Covid19 ha interrotto il progetto di riorganizzazione e ristrutturazione del Gruppo Cerutti, delineato a fronte delle manifestazioni di interesse ricevute da importanti operatori industriali internazionali e che era stato lungamente dibattuto ed approfondito nei mesi precedenti» hanno fatto sapere dal gruppo Cerutti.

La doccia fredda: il piano di ristrutturazione aziendale aveva addirittura annunciato il trasferimento della produzione a Vercelli solamente pochi mesi fa. «In mezzo è accaduto di tutto – spiega Sergio Mazzola di Fim Cisl –. Dal concordato di gennaio arrivando al 6 marzo, quando il piano prevedeva di portare il polo di produzione a Vercelli. Poi la situazione è precipitata: gli acquirenti messicani e canadesi si sono tirati indietro. La situazione che si è venuta a creare ha reso più appetibile la scelta di vendere lo stabilimento di Vercelli». La chiusura potrebbe avvenire a luglio. Resterà invece in attività lo stabilimento di Casale Monferrato, dove sarà costituita la NewCo che impiegherà 125 lavoratori.

I conti sugli esuberi devono ancora essere fatti: «Ora ci servono delle garanzie e il supporto delle istituzioni», spiega Marzola. Lunedì è probabile lo sciopero dei lavoratori ed è in calendario un incontro dei sindacati con Francesco Garsia, prefetto di Vercelli. Martedì è probabile un secondo giorno di sciopero.

La proprietà

La proprietà ha fatto sapere, in una nota, che è congelato l’accordo che fino all’inizio dell’anno sembrava all’orizzonte con due imprenditori americani, un canadese e un messicano. In questo momento l’unica alternativa al fallimento per salvaguardare la forza lavoro, è il piano per la NewCo che l’azienda presenterà al Tribunale di Vercelli, «pur con i dolorosi ma necessari esuberi». Il tempo è poco, perché deve essere presentato entro il 20 luglio, dato che l’azienda è in concordato preventivo. Ma Giancarlo Cerutti, che ha fatto capolino tra i lavoratori in assemblea, ha aggiunto: «Mia madre ed io abbiamo sempre fatto di tutto per salvare la Cerutti. Faremo altrettanto in questa circostanza». La speranze è vedere ricomparire all’orizzonte i due imprenditori americani, o altri al posto loro.




 
 
 
  • Immagine del redattore: Fulvio Longo
    Fulvio Longo
  • 4 giu 2020
  • Tempo di lettura: 1 min

C’è anche Carlo Olmo, l’avvocato vercellese che ha distribuito oltre 140 mila mascherine alla popolazione e donato migliaia di euro alla sanità vercellese, tra i Cavalieri al merito appena nominati dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il Capo dello Stato ha insignito dell'onorificenza il benefattore di via Delpiano, soprannominato il «Lupo Bianco», insieme ad altri cittadini italiani che si sono distinti nel servizio alla comunità durante l’emergenza coronavirus.


 
 
 

Prima la cassa integrazione che diventa smart working, poi il bonus baby sitter che aiuta – principalmente – le famiglie che pagano la tata in nero; infine le aziende che non potendo ricorrere alla cassa integrazione esigono dai loro dipendenti (mascherati come partite Iva) la restituzione del bonus da 600 euro destinato ai liberi professionisti. Che il mercato del lavoro in Italia fosse una giungla era noto da tempo, ma nessuno immaginava che nel pieno dell’emergenza sanitaria da Coronavirus le imprese dessero mostra in maniera così sfacciata del loro lato peggiore.

La storia di Luca è quella di tanti altri ingegneri che sono liberi professionisti solo nella teoria in quanto iscritti a una cassa previdenziale privata. La realtà è molto diversa: Luca fa parte di quelle decine di migliaia di professionisti che lavorano per un mono committente – nel suo caso si tratta di una società in provincia di Milano – senza giorni di malattia o ferie retribuite; senza gli straordinari e tutte quelle voci della retribuzione garantite dai contratti regolari dei dipendenti subordinati: lo stipendio è fisso, per dodici mensilità, e gli viene corrisposto dopo l’emissione di una fattura – sempre di uguale importo. Per far emergere un altro malcostume italiano basterebbe controllare, ma gli ispettori del lavoro sono pochi e i furbi sono sempre di più.Alla frustrazione di un rapporto di lavoro irregolare sotto ogni aspetto si è aggiunta anche la beffa del Coronavirus: “L’unico committente a cui intestiamo le fatture ha chiesto a me e a molti altri colleghi – racconta Luca – di detrarre dall’importo mensile il bonus emesso dalla cassa di appartenenza nel caso di mantenimento dell’abituale importo mensile fatturato”.In sostanza la società di Luca continua a fatturare al cliente finale come nulla fosse perché Luca e i suoi colleghi ingegneri non hanno mai smesso di lavorare, ma grazie al bonus aumenta i propri margini di guadagno. D’altra parte l’azienda non poteva mettere in cassa integrazione nessuno dei propri dipendenti perché figurano quasi tutti come partita Iva e allora ha pensato bene di trattenere dallo stipendio/fattura la quota erogata dallo Stato. Esattamente quello che fanno le aziende che mettono in cassa integrazione i dipendenti, ma poi con la scusa dello smart working continuano a chiedere lo stesso impegno ai lavoratori.

Una truffa ai danni dello Stato che – ancora una volta – non può essere denunciata dai professionisti perché perderebbero il lavoro. “Oltre all’ovvia perdita dell’incarico – dice Luca – rischierei un deferimento o una diffida all’ordine degli ingegneri”. Una preoccupazione che deriva da un’interpretazione particolarmente severa del codice deontologico della categoria che al punto 13.3 scrive di “astenersi dal porre in essere azioni che possano ledere la reputazione di colleghi o altri professionisti”. Un’azione del genere potrebbe essere “lesiva del rapporto tra professionisti”, ipotesi che – tuttavia – Patrizia Giracca presidente della commissione etica dell’ordine degli ingegneri di Milano esclude categoricamente: “L’articolo 14 del codice dice esplicitamente che i rapporti fra ingegneri e collaboratori sono improntati alla massima correttezza inoltre si sottolinea che nei rapporti con i collaboratori e i dipendenti, l’ingegnere è tenuto ad assicurare ad essi condizioni di lavoro e compensi adeguati”. Per Giracca, quindi, non ci sarebbe nessun rischio di procedimento nei confronti del denunciante, mentre l’impresa sarebbe a rischio sanzione: “Purtroppo – spiega l’ingegnere – sappiamo che per molti è difficile farsi avanti per la paura di perdere il lavoro”. Anche perché trattandosi di liberi professionisti, la fattura viene emessa sulla base del lavoro svolto: se il committente chiede di farla più bassa e l’ingegnere rifiuta, il rapporto di lavoro può esaurirsi immediatamente.

Una trappola dalla quale Luca e i suoi colleghi non vedono via d’uscita: “Pur trattandosi di una quota rilevante dello stipendio, non farò nulla perché il rischio di perdere il lavoro è troppo grande. Ma bisogna rompere il muro del silenzio”.


 
 
 
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