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Sono i marinai delle navi cargo

  • Immagine del redattore: Fulvio Longo
    Fulvio Longo
  • 6 ago 2020
  • Tempo di lettura: 2 min

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Con circa 300.000 persone intrappolate in mare durante l’epidemia di coronavirus, gli equipaggi delle navi cargo si ritrovano sull’orlo del disastro.

Diverse fonti hanno potuto testimoniare a Business Insider quali siano le condizioni a bordo di tali navi, dove alcuni lavoratori non toccano terra da più di un anno.

In un rapporto pubblicato a giugno dalla Federazione Internazionale dei Lavoratori dei Trasporti (ITF), i marinai parlano di crescenti pensieri suicidi e di una “bomba a orologeria” pronta a scoppiare per quanto riguarda gli incidenti a bordo.

La ITF è un’unione di sindacati che rappresenta il 30% dei lavoratori nel settore marittimo di tutto il mondo.

In seguito alla chiusura delle frontiere durante la pandemia, migliaia di marinai – responsabili del trasporto del 90% delle merci globali – sono stati costretti a lavorare o rimanere a bordo ben oltre i termini del loro contratto, solitamente tra i quattro e i sei mesi di durata.

Anche dopo la riapertura di diversi Paesi, le imprese di spedizioni faticano a trovare nuovi equipaggi e, nel frattempo, tutti i lavoratori ancora in mare non possono tornare a terra.

In questa situazione critica parte del settore si è ritrovata in violazione della Convenzione internazionale sul lavoro marittimo (CLM), secondo la ITF. L’accordo stabilisce infatti che i marinai non possano restare in mare per più di undici mesi consecutivi senza una licenza a terra.A giugno più di una dozzina di stati ha riconosciuto i marinai come lavoratori essenziali, al fine di velocizzare l’iter burocratico necessario a farli tornare a casa o perlomeno a terra. Nonostante ciò, in una dichiarazione rilasciata il 16 luglio la ITF afferma che gli sforzi di diversi governi non sono ancora “lontanamente sufficienti”.Gli equipaggi erano riluttanti a parlare direttamente con Business Insider, anche anonimamente, per paura di ripercussioni da parte dei loro superiori.

Tuttavia, due associazioni – la ITF e The Mission to Seafarers, un’organizzazione benefica cristiana – sono rimaste in contatto diretto con i lavoratori e hanno redatto dei rapporti che descrivono le loro esperienze. Le testimonianze dei lavoratori sono rimaste anonime.

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