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Come funziona Facebook Business Suite

La nuova app unirà l’infrastruttura di back-end delle tre app, così che i proprietari di piccole imprese possano ricevere tutti i messaggi in una casella di posta unificata. La società ha in programma di aggiungere anche Whatsapp, in futuro.

Inoltre, l’app consentirà di pubblicare contemporaneamente i post e le foto su Facebook e Instagram, oltre a fornire approfondimenti sulla pubblicità online sulle varie piattaforme. Molte di queste funzionalità sono già disponibili per gli amministratori di account aziendali Instagram collegati a pagine FB.



Un’app, insomma, per gestirne tre in modo veloce, completo e pratico. Per usare Facebook Business Suite basterà usare il profilo personale legato alle pagine che si vogliono gestire. Dopodiché sarà possibile creare, schedulare o pubblicare direttamente un nuovo post. Infine, tutto il risultato sarà lo stesso post pubblicato sia su Facebook che su Instagram, con la stessa immagine e lo stesso testo.

Infine, vengono unificate anche le statistiche sulle visite e le interazioni ricevute alle singole pagine. Infatti, dalla stessa schermata è possibile controllare le statistiche delle pagine di Facebook e quelle delle pagina Instagram, oltre ai like e ai follower di entrambe le pagine.

Tuttavia, i suggerimenti di Facebook per combinare le app di messaggistica hanno sollevato non poche critiche e anche della preoccupazione, tra gli antitrust regolatori. Infatti, in un rapporto del 2019 sulla privacy di Facebook, il Parlamento Europeo ha avvertito che questa mossa potrebbe rappresentare una grave minaccia alla concorrenza.

 
 
 
  • Immagine del redattore: Fulvio Longo
    Fulvio Longo
  • 26 set 2020
  • Tempo di lettura: 1 min

Dal 1 ottobre 2020 l’INPS non rilascerà più il pin per l’accesso ai servizi. Al suo posto dovrà essere utilizzato lo SPID, il Sistema pubblico di identità digitale già in uso per accedere ai principali servizi della pubblica amministrazione. È comunque prevista una fase di transizione in cui si potrà continuare a utilizzare il PIN fornito dall’Inps fino alla sua scadenza.

Un passo avanti nella digitalizzazione

Con questa passaggio dal pin allo SPID prevista a partire da ottobre, quindi, anche l’Inps fa la sua parte nel programma di digitalizzazione del paese. Che prevede la semplificazione delle relazioni tra Pubblica amministrazione e i cittadini e l’integrazione sempre più strutturata dei servizi. Inoltre, grazie alle misure di sicurezza garantite dallo SPID, l’Inps potrà rendere disponibili online anche nuovi servizi che richiedono maggiori controlli. Come firme digitali e pagamenti.

Come si ottiene lo SPID

A oggi i provider abilitati dall’Agenzia per l’Italia digitale (Agid) al rilascio dello Spid sono soltanto Aruba Pec, In.Te.Sa, InfoCert, Lepida, Namirial, Poste Italiane, Register, Sielrte e Tim. Dal dicembre 2019 tutti i gestori di Identità digitale si sono impegnati per fornire gratuitamente le credenziali di primo e di secondo livello, richieste per autorizzare la maggior parte delle operazioni.

Una fase transitoria

Al momento si può già accedere ai servizi del portale attraverso sia attraverso il PIN e il proprio codice fiscale, sia attraverso SPID, Carta d’Identità elettronica (Cie) o tramite la lettura della Carta nazionale dei servizi. La definitiva sostituzione del PIN con lo SPID non avrà effetti sul di pin telefonico temporaneo. Che potrà continuare a essere richiesto per accessi a termine di un giorno, una settimana o tre mesi massimo.

 
 
 
  • Immagine del redattore: Fulvio Longo
    Fulvio Longo
  • 26 set 2020
  • Tempo di lettura: 3 min

Sono abbastanza vecchio da ricordarmi di quanto le newsletter erano quel tipo di mail nelle quali cercavi disperatamente “Unsubscribe”, spesso non trovandolo. E invece, nel 2020, sono il futuro del giornalismo, a quanto pare. Il campione di questa trasformazione è un servizio chiamato Substack, fondato nel 2017 da Hamish McKenzie, già autore di Insane Mode, biografia di Elon Musk, con l’assurda pretesa di «rendere possibile a uno scrittore di cominciare una newsletter facendo soldi con gli abbonamenti».Substack è stato un successo fin da subito, collezionando in pochi anni una manciata di prodotti editoriali indipendenti e in attivo (BIG di Matt Stoller, Exponential View di Azeem Azhar, la gigantesca Sinocism di Bill Bishop e The Dispatch, vero e proprio giornale con tanto di staff) ma questa settimana ha messo a segno un colpo da maestro con l’acquisto di Casey Newton dal sito di tecnologia The Verge. Nel 2017 quotidiana, chiamata The Interface, sul rapporto tra potere, politica e piattaforma. Di mercoledì scorso l’annuncio: il progetto si sposterà su Substack con tanto di nuovo nome (non bellissimo): Platformer. Sarà il lavoro a tempo pieno di Newton.Vi ricordate la blogosfera, quella costellazione di testatine spesso a tema, anche di nicchia ma con seguito notevole, che esistevano prima che le piattaforme riducessero tutto a una manciata di account social? Ci risiamo, solo che il nuovo habitat naturale di questa conversazione è diventato la casella di posta elettronica, al sicuro dai feed, i troll, i ban, gli hater. Un web un po’ meno aperto, ma più godibile.


L’eterna crisi del giornalismo e il costante taglio di posti di lavoro e speranze lavorative ha sicuramente aiutato il fenomeno, rappresentando per molti l’unica, timida luce in fondo al tunnel. Ma al di là delle miserie settoriali, Substack si inserisce nello Zeitgest della “stan culture”, la forma più fedele e appassionata di fan – o lettore/lettrice, in questo caso – disposta persino a PAGARE per seguire il suo beniamino. Riconoscete il meccanismo? È lo stesso di Patreon e OnlyFans, che hanno sconvolto la carriera di molti “creator” – influencer, youtuber e scrittori – spezzando il tabù tutto digitale del chiedere soldi direttamente al pubblico. Le cose, quindi, si pagano. Che novità! E in Italia? Proprio lo scorso agosto Il Post ha raccontato l’ascesa di Substack citando tre casi editoriali nostrani: Domani, il quotidiano di Carlo De Benedetti, la newsletter femminista gratuita Ghinea e Link Molto Belli di Pietro Minto. Siccome Pietro Minto sono io, ecco la mia esperienza: ho avviato la versione a pagamenti della mia newsletter poco meno di un anno fa, inseguendo quella luce in fondo al tunnel di cui sopra. È stato difficile e a tratti imbarazzante, per quella forma di vergogna cattolica che mi impedisce di chiedere soldi. Col tempo ho imparato: ora credo di aver trovato il mio ritmo, produco più contenuti esclusivi ogni settimana e promuovo senza pudore la versione a pagamento, conscio di non peccare. Come va? Siamo solo agli inizi e per ora non mi lamento, anche se presumo di avere un budget minore di quello di Domani. Il ritorno all’abbonamento cambierà le cose, nel giornalismo ma non solo: se da un lato i “creator” digitali stanno costruendo nuove importanti relazioni con la propria fan base, dall’altro siamo di fronte a una ridistribuzione dei poteri destinata ad avere effetti profondi nella nostra cultura. La testata, la star, l’infuencer ha fan sempre più fedeli e ossessionati – ma anche più potenti e influenti. Se il web 2.0 ha permesso a chiunque di trasmettere se stesso – traducendo il vecchio slogan di YouTube –, questa nuova fase conclude il processo, dando sempre più potere al pubblico. Un pubblico presente e attivo, pronto a dare la linea ai progetti che lo appassionano. Pietro Minto RIVISTA STUDIO


 
 
 
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