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La riapertura delle scuole non è mai stata associata finora ad un aumento della trasmissione del virus Sars-Cov--2. Lo scrive il Centro Europeo per il Controllo delle Malattie (Ecdc) in un documento dedicato alle riaperture scolastiche, che in diverse parti d'Europa sono imminenti.

"Ci sono evidenze pubblicate contrastanti sull'impatto della chiusura e della riapertura delle scuole sulla trasmissione comunitaria - scrivono gli esperti europei -, anche se le evidenze dal contact tracing nelle scuole e dati osservazionali da diversi paesi europei suggeriscono che la riapertura non è associata con un aumento significativo".

Il documento sottolinea come in generale la prevalenza del virus sia leggermente più bassa sotto i 18 anni. "Anche se ci sono pochissimi focolai documentati nelle scuole - sottolinea però l'Ecdc -, questi sono comunque possibili, e potrebbero essere più difficili da trovare per la relativa mancanza di sintomi nei bambini".L'eventuale decisione di chiudere le scuole, concludono gli esperti, deve essere presa insieme ad altre limitazioni nelle comunità. "Le evidenze disponibili indicano che è poco probabile che la chiusura delle istituzioni educative sia efficace come unica misura di controllo, e queste chiusure difficilmente forniscono una protezione aggiuntiva alla salute dei bambini, considerato che la maggior parte sviluppa una forma molto leggera di Covid-19.Le decisioni in merito dovrebbero essere raccordate con altre misure di distanziamento adottate nelle comunità repubblica.it

 
 
 
  • Immagine del redattore: Fulvio Longo
    Fulvio Longo
  • 17 ago 2020
  • Tempo di lettura: 2 min

Oltre sei mesi di chiusura, solo in parte compensata, soprattutto alle superiori, dalla didattica a distanza. Nel dibattito politico si presta grande attenzione ai danni che la pandemia ha inferto al settore produttivo e all’impatto sui conti pubblici delle misure per la ripresa. Assai meno preoccupa il costo dovuto all’assenza di scuola, che rischia di essere il più elevato di tutti e con effetti negativi molto estesi nel tempo.

In Italia non si può calcolare esattamente l’entità della perdita di apprendimenti sofferta dagli studenti. Le prove Invalsi di primavera sono state infatti cancellate: la pandemia è stata una scusa per eliminare un passaggio scolastico particolarmente inviso a molti insegnanti e a una parte della politica, anche nella maggioranza. Questo, però, ci priva dello strumento per misurare il calo degli apprendimenti degli studenti nel 2020, paragonandone i risultati con quelli delle generazioni precedenti. Pare non ci sia intenzione di recuperare i test a settembre: per conoscere la learning loss di quest’anno, dovremo quindi aspettare fino a giugno 2021. Nel frattempo, le analisi in altri Paesi suggeriscono perdite di apprendimenti di circa un terzo per la lettura e della metà per matematica: per l’Onu una vera e propria «catastrofe educativa».Si può, però, dare un ordine di grandezza della perdita massima di capitale umano, ovvero del valore delle conoscenze e delle competenze riconosciuto dal mercato del lavoro. Con la stessa metodologia della Banca mondiale, insieme a Barbara Romano abbiamo calcolato che i mesi di assenza da scuola possono costare lungo l’arco della vita lavorativa fino a 21mila euro per studente, in termini di minori redditi futuri Se moltiplichiamo questa cifra per gli 8,4 milioni di studenti arriviamo a un costo potenziale del coronavirus nei prossimi decenni pari al 10% del Pil, stima che dovrebbe destare enorme preoccupazione.

Come ridurre il costo del lockdown sulla scuola ed evitare nuove perdite? La questione è urgente alla luce degli ultimi dati epidemiologici: la crescita di nuovi contagi in Italia - ancora più grave in Paesi a noi vicini - potrebbe costringere a nuove chiusure degli istituti scolastici. È chiaro che un secondo lockdown integrale metterebbe in ginocchio non solo l’economia, ma anche il futuro di questa generazione di studenti: l’istruzione è un processo cumulativo e se si saltano dei passaggi, questo limita la capacità di imparare in futuro, oltre che di trovare un lavoro soddisfacente e ben retribuito. Un rischio da evitare a tutti i costi.

Sappiamo che in caso di contagi in una scuola, sul da farsi deciderà l’autorità sanitaria. Meno chiaro l’iter in caso di focolai nel territorio. Sarebbe necessario, in ogni caso, predisporre piani di emergenza per evitare la chiusura totale: ad esempio, ampliando il distanziamento sociale (al netto delle imbarazzanti giravolte del Cts in materia), riducendo il numero di studenti per classe, imponendo l’uso delle mascherine, scaglionando di più ingressi e uscite, concentrando l’insegnamento su poche materie essenziali (italiano, matematica, scienze, inglese). E utilizzando la didattica a distanza, oggi un anatema per molti, dentro e fuori la scuola: di sicuro non è un sostituto di quella in presenza ma - impostata con intelligenza e conoscenza tecnica - è uno strumento indispensabile per l’emergenza.Il sole 24Ore

 
 
 
  • Immagine del redattore: Fulvio Longo
    Fulvio Longo
  • 17 ago 2020
  • Tempo di lettura: 2 min

I contagi aumentano ma siamo ancora in vantaggio e possiamo contenere l’epidemia», non drammatizza troppo sui numeri Franco Locatelli, presidente del Consiglio Superiore di sanità e membro del Cts (comitato tecnico scientifico). Però mette un paletto: «O seguiamo le regole o rischiamo di dover chiudere altre attività, dopo le discoteche».Riaperture affrettate?

«Non credo, senza dubbio l’inizio della stagione estiva ha comportato la necessità di considerare alcune riaperture per non danneggiare l’economia del turismo e per consentire agli italiani di godere le vacanze in località montane e marittime, evitando l’estero. Forse, si doveva prestare maggiore attenzione al rispetto delle regole d’oro: indossare la mascherina nei luoghi chiusi e all’aperto in caso di impossibilità a mantenere il distanziamento interpersonale adeguato, osservare una scrupolosa igiene delle mani ed evitare assembramenti». Sulle discoteche si torna indietro, come voleva il Cts.«La scelta era improcrastinabile. Avrà un impatto economico, purtroppo, ma la salute viene prima di tutto e quanto abbiamo visto accadere nelle discoteche come luoghi di assembramento va evitato altrimenti rischiamo di ritrovarci presto in una situazione più allarmante».

Adesso non lo è? «Per ora, l’Italia, fortunatamente, è ancora in una posizione privilegiata, per quanto il numero dei casi sia in rialzo tanto che si è passati in una settimana da 200-300 al giorno agli oltre 600 di Ferragosto. Si osserva una riduzione dell’età dei contagiati dovuta al fatto che abbiamo imparato a proteggere gli anziani. I giovani possono infettarsi e non sono al riparo da manifestazioni gravi come dimostra la storia della bambina di 5 anni ricoverata a Padova con sindrome uremico emolitica in possibile relazione al Sars-CoV-2. Tanti i ventenni ricoverati. Nessuno è immune». I giovani sono in questa fase il serbatoio del virus?

«Non voglio usare questo termine che sa di stigma. Il rischio di infettarsi è simile a quello di chiunque altro. Hanno recepito messaggi sbagliati lanciati anche da una parte della comunità scientifica e cioè che il Covid 19 fosse ormai alle spalle. I numeri smentiscono clamorosamente queste affermazioni. Siamo usciti dalla fase più critica ma non dalla fase viva dell’epidemia. Rispetto ai mesi bui, marzo-aprile, quando era concentrata al nord, alla Lombardia, ora è diffusa su tutto il Paese con centinaia di focolai. Il fenomeno è in parte legato ai vacanzieri».




 
 
 
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