Più forza al business con gli SMS

L'SMS MARKETING può far decollare la tua attività.
Sperimentalo gratis con Esendex. 5 SMS omaggio!

www.esendex.it
top of page

"Può essere sciolta ad alte temperature per realizzare un prodotto resistente alla trazione, circa 22 volte più stabile del cemento", sostiene una ricerca dell'Istituto tecnico di fisica e chimica dello Xinjiang, in CinaAGI - Un nuovo materiale da costruzione 22 volte più resistente del cemento è stato sviluppato grazie alla polvere lunare e potrebbe essere utilizzato per la realizzazione di una base stabile sul satellite, senza necessità di trasportare materiali dalla Terra. Questo il risultato descritto sulla rivista Scientia Sinica Technologica e raggiunto dagli esperti dell'Istituto tecnico di fisica e chimica dello Xinjiang a Urumqi, in Cina, che hanno adottato un nuovo approccio per creare una fibra resistente che potrebbe far risparmiare miliardi di dollari spesi per il trasporto di materiali sulla Luna.“La polvere lunare può essere sciolta ad alte temperature per realizzare un prodotto resistente alla trazione, circa 22 volte più stabile del cemento, potrebbe anche resistere all’impatto di un piccolo meteorite”, sostiene Peng-Cheng Ma dell'Istituto tecnico di fisica e chimica dello Xinjiang. “Secondo un rapporto del South China Morning News con le attuali stime portare mezzo chilogrammo sulla Luna può costare da 23 a 41 mila dollari, e per una base la Nasa prevede l’utilizzo di 12mila tonnellate di materiale, per cui sarebbero necessario più di un trilione di dollari”, continua il ricercatore, spiegando che i campioni con cui hanno effettuato le sperimentazioni erano composti per il 48 percento di biossido di silicio e per il 17 percento di ossido di alluminio.“Riscaldando la polvere a 1.300 gradi Celsius, creando poi del vetro raffreddando rapidamente la sostanza fusa. Il vetro poi viene polverizzato e riscaldato a una temperatura leggermente più alta. Per generare temperature così elevate sulla Luna, abbiamo progettato un grande apparato a specchio che riflette la luce solare e può raggiungere 1.000 gradi Celsius, prosegue Ma. “Speriamo che questo metodo possa far risparmiare alle industrie migliaia di dollari. Saranno necessari ulteriori studi, ma siamo molto fiduciosi”, conclude l’esperto.



 
 
 
  • Immagine del redattore: Fulvio Longo
    Fulvio Longo
  • 27 giu 2020
  • Tempo di lettura: 3 min

Tra gli effetti collaterali della pandemia ce n’è uno imprevisto: la proliferazione dei chatbot, i risponditori automatici intelligenti, giunti in soccorso dei call center subissati di richieste e sguarniti di personale causa lockdown. Loro, i robot, ce l’hanno messa tutta per rispondere alle richieste degli utenti. In taluni casi hanno fatto un lavoro egregio, come Watson Assistant for Citizens, l’intelligenza artificiale che Ibm ha messo a disposizione di governi, istituzioni sanitarie e istituti di ricerca per 90 giorni: il chatbot era perfettamente in grado di rispondere alle domande base degli utenti su come identificare i sintomi del covid-19 o come fare il test.

Anche Google ha lanciato il suo bot anti-covid, allo scopo di fornire ai clienti uno strumento in grado di dare informazioni aggiornate mediante chat, permettendo agli “agenti umani” di gestire i casi più complessi. E ha ottenuto molti consensi.Ecco, se vi siete chiesti in che modo l’intelligenza artificiale possa cambiarci la vita, i chatbot sono la prima risposta. Oggi ottenere informazioni richiede meno sforzi di un tempo: non c’è bisogno di compulsare il web alla ricerca di una risposta. Basta utilizzare i chatbot basati su intelligenza artificiale che alcuni siti web mettono a disposizione degli utenti: sistemi sempre più sofisticati e precisi, visto che negli ultimi anni l’elaborazione del linguaggio naturale ha fatto enormi progressi. Sfruttando l’apprendimento automatico e l’elaborazione del linguaggio naturale, i chatbot AI già oggi possono comprendere l’intento alla base delle richieste dei clienti, tenere conto dell’intera cronologia delle conversazioni di ciascun utente quando interagisce con loro e rispondere alle domande in modo naturale e umano. Persino empatico, secondo alcuni.Secondo Juniper Research, questo farà sì che da qui al 2022 l’uso dei chatbot nel settore sanitario passerà dal 12% a oltre il 75%, mentre le banche arriveranno ad automatizzare fino al 90% delle loro interazioni con i clienti. Certo, nessun robot potrà sostituire un operatore umano, in grado di cogliere rapidamente l’esigenza di un utente. Ma per il primo accesso i chatbot possono andare più che bene. Soprattutto oggi che siamo abituati a confrontarci con sistemi come Siri, l’assistente vocale di Apple, Google Home e Amazon Alexa.

Di cosa parliamo quando parliamo di chatbot “intelligenti”?

L’esempio forse più noto è quello di Watson Assistant, sviluppato da Ibm e ritenuto uno dei chatbot basati su AI più avanzati. Pre-addestrato con i contenuti di diversi settori industriali, è in grado di comprendere la chat storica di un utente e i registri delle chiamate, cercare una risposta nella conoscenza di base, chiedere maggiore chiarezza ai clienti, indirizzarli a operatori umani e persino dare consigli ai suoi sviluppatori, per affinare le sue capacità di conversazione. Watson può essere eseguito su un sito Web, sui canali di messaggistica, sugli strumenti del servizio clienti e sull’app mobile. E gli ultimi aggiornamenti lo rendono persino in grado di rispondere al telefono evitando a chi chiama un servizio di ascoltare una moltitudine di opzioni (“premere il tasto 1 per…), ma permettendo di raggiungere rapidamente quello che si cerca, utilizzando la voce.Ma Watson ha dei rivali agguerriti: a gennaio Google ha svelato Meena, annunciato come il chatbot AI più evoluto al mondo, un “agente conversazionale in grado di parlare di tutto”

E ad aprile Facebook ha annunciato il suo, Blender, che secondo gli sviluppatori sarebbe persino superiore. L’abilità di Blender gli deriva dalla mole gigantesca dei dati sui cui si è allenato: 1,5 miliardi di conversazioni del social network Reddit per imparare a generare risposte in un dialogo. Gli sono state insegnate l’empatia (se un utente dice “Ho ottenuto una promozione”, ad esempio, lui dice: “Congratulazioni!”), la gestione di dialoghi pieni di informazioni e le conversazioni tra persone con personalità distinte. Il risultato, secondo Facebook è un chatbot 3,6 volte più potente di quello di Google, Meena.Nonostante questi risultati impressionanti, tuttavia, le abilità di Blender non sono ancora vicine a quelle di un essere umano. Finora – secondo Technology Review – gli sviluppatori lo hanno valutato solo su brevi conversazioni con 14 turni. Se continuasse a chattare più a lungo, potrebbe smettere di i dire cose di senso compiuto. “Blender – scrive la rivista del MIT – ha anche la tendenza ad ‘allucinare’ la conoscenza o inventare i fatti, una limitazione diretta delle tecniche di apprendimento profondo utilizzate per costruirla. Alla fine sta generando le sue frasi da correlazioni statistiche piuttosto che da un database di conoscenza. Di conseguenza, può mettere insieme una descrizione dettagliata e coerente di una celebrity, ad esempio, ma con informazioni completamente false. Il team prevede di sperimentare l’integrazione di un database della conoscenza nella generazione della risposta del chatbot”.

Ma siamo solo all’inizio: il team AI di Facebook, considerato uno dei migliori al mondo, è già al lavoro per sviluppare agenti conversazionali più sofisticati in grado di rispondere finanche a segnali visivi, come una foto, con parole di senso compiuto. I chatbot intelligenti che hanno risposto alle nostre domande durante il lockdown non sono che l’inizio.


 
 
 
  • Immagine del redattore: Fulvio Longo
    Fulvio Longo
  • 26 giu 2020
  • Tempo di lettura: 1 min

Nel 2019 sono state 37611, il 73% del totale, le mamme che si sono dimesse dal proprio posto di lavoro, il più delle volte a causa della difficoltà di conciliare l’occupazione professionale con le esigenze di cura dei figli. È quanto emerge nell'ultima Relazione annuale dell'Ispettorato del Lavoro sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri.

Nel 2019, si legge nel rapporto, la maggior parte delle dimissioni - il più delle volte volontarie, ma obbligate dalla difficoltà di coniugare i tempi di vita con quelli professionali, come hanno spiegato le stesse interessate nel questionario dell'Inl - ha riguardato, come di consueto, le lavoratrici madri.


In particolare, lo scorso anno:


• 51558 le convalide emesse (+4% rispetto al 2018);


• 37611, il 73% del totale, i provvedimenti che hanno interessato le mamme (nel 2019 erano stati 35.963, ma con la medesima percentuale);


• il 60% circa del totale ha interessato lavoratrici e lavoratori con un solo figlio o in attesa del primo;


• oltre il 33% del totale, invece, ha riguardato lavoratrici e lavoratori con 2 figli.

Michele Pierri

Giornalista di LinkedIn Notizie


 
 
 
bottom of page