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  • Immagine del redattore: Fulvio Longo
    Fulvio Longo
  • 27 lug 2020
  • Tempo di lettura: 3 min

Il nono scudetto consecutivo della Juventus ha fatto la storia del calcio, non solo quello italiano: mai, nei cinque campionati top in Europa, una squadra aveva esercitato un dominio così duraturo. Il dato più chiaro rispetto a questa superiorità schiacciante è quello degli allenatori: dopo Conte e Allegri, quello di Maurizio Sarri – che, con i suoi 61 anni e mezzo, è da ieri è il mister più anziano ad aver vinto il primo titolo di Serie A – è il terzo ciclo tecnico diverso nel grande ciclo di successi bianconero. Come ha spiegato anche lo stesso Sarri ieri sera, la vera forza della Juve sta nella «presenza della società», in una profondità gestionale che non ha pari in Italia, che ha pochi pari nel mondo e che riesce sempre a rinnovare il suo progetto nel tempo nonostante i cambi in panchina, gli inevitabili stravolgimenti della rosa. È questa la forza principale della Juve, ne parliamo in questo articolo con quattro autori che racconteranno anche gli altri protagonisti di questa stagione: Sarri, i giocatori della rosa, con un focus su Cristiano Ronaldo e Paulo Dybala. Ottantanove – è questo il limite massimo che la Juventus potrebbe raggiungere in termini di punti, se dovesse vincerle tutte da qui a fine campionato. È un numero altissimo, vicino alla media che era servita per vincere il titolo nelle stagioni precedenti, quando alla guida dei bianconeri c’era Massimiliano Allegri: se il confronto numerico non racconta la globalità e la complessità di una stagione, pure dice molto, o almeno qualcosa di significativo. Perché è vero: la Juventus in quest’anno di transizione – non di guida tecnica, ma di sistema, di filosofia: ché per assorbirla non basta un semplice anno – ha dovuto imparare concetti nuovi, e disabituarsi da alcune vecchie regole; certamente non si è arrivati all’approdo finale di questo processo, e forse anche per una precisa volontà tecnica, ma non era affatto scontato che la Juventus vincesse questo campionato, e in questo modo. Perché fare quasi novanta punti non è mai banale, il concetto stesso di vincere non è mai banale, pur con l’ovvia constatazione che il livello della Juventus a cui è arrivata nel corso dell’ultimo decennio è al momento inarrivabile per le avversarie del campionato.Eppure anche squadre attrezzate, pronte a vincere, sicuramente collaudate finiscono spesso per perdere il controllo di sé e della propria stagione: è capitato quest’anno al Napoli, che pure veniva da stagioni in cui ha recitato con costanza e legittimità il ruolo di anti-Juve. Non solo: quest’anno la concorrenza per i bianconeri è aumentata, con la Lazio a lungo incollata alla squadra di Sarri in classifica, l’Inter a una distanza non certamente di sicurezza per tutto l’anno e un’Atalanta in rapida crescita – tutto questo porta pressioni e attenzioni diverse, più sofisticate. Eppure, anche nei momenti difficoltosi che non sono mancati, la Juve è rimasta costantemente sul pezzo – i punti persi per strada, nell'ultimo mese, sembrano quasi una forma di rilassamento in relazione alle frenate degli avversari – non perdendo mai la patina di squadra robusta e unita. E non è poco, soprattutto quando si cambia, soprattutto quando si cambia e si continua a vincere con la stessa onnipotenza. (Francesco Paolo Giordano) Se vogliamo giudicare la prima stagione di Sarri alla Juventus, dobbiamo porci per forza una domanda preventiva: cosa ci aspettavamo da lui? O meglio: cosa ci aspettavamo dalla prima Juventus di Sarri? Ognuno di noi potrebbe rispondere in maniera differente, in base alla propria indole: magari era lecito pensare che il tecnico toscano riuscisse a creare fin da subito un'altra squadra-brand come il-Napoli-di-Sarri, cioè un'entità calcistica che riconosciuta per la bellezza, la modernità dei suoi automatismi di gioco; qualcun altro si aspettava che Sarri e le sue idee potessero essere completamente fagocitati da un ambiente troppo più grande di lui, da responsabilità insostenibili, anche dai suoi stessi giocatori, perché no?, non era un'ipotesi così irrealistica; oppure alla fine Sarri avrebbe potuto piegarsi e non spezzarsi, assoggettando completamente il suo modo di lavorare alle esigenze di una squadra che deve vincere e a cui non importa il percorso che porta alla vittoria – una narrazione spesso eccessiva, a volte inesatta, considerando i grandi progressi fatti dalla Juventus in tutti gli ambiti.



 
 
 
  • Immagine del redattore: Fulvio Longo
    Fulvio Longo
  • 26 lug 2020
  • Tempo di lettura: 2 min

Dopo il rinnovo per una seconda stagione Epix ha dato il via libera a "By Whatever Means Necessary: The Times of Godfather of Harlem" , una docuserie in quattro parti ispirata alla musica e ai soggetti presenti nella serie originale con Forest Whitaker .


La docuserie racconta la drammatica storia vera di Harlem e della sua musica negli anni '60 e collega quella storia al nostro momento presente. Prevista per questo autunno,combinando interviste, filmati d'archivio, immagini evocative e momenti chiave della stessa serie "Godfather of Harlem" , la docuserie porterà il pubblico in un viaggio musicale degli anni '60 e introduce gli artisti che hanno osato usare le loro voci, strumenti e testi per prendere posizione contro l'oppressione. Attraverso il prisma di artisti contemporanei, il pubblico vedrà oltre le immagini storiche in bianco e nero nelle anime multicolori di musicisti che non hanno paura di usare la musica come arma contro il cambiamento.


Godfather of Harlem, è la storia di Bumpy Johnson, boss indiscusso di Harlem che, dopo dieci anni passati in prigione, a metà dei ’60 prova a riprendersi il proprio regno, minacciato dall’ascesa di gangster che si sono allargati durante la sua assenza. Johnson è interpretato da Forest Whitaker oltre ad un grandissimo Giancarlo Esposito.


Ogni scena ruota intorno a lui, che si trova al centro di ogni trama. In particolare, c’è il rapporto con The Chin (Vincent D’Onofrio), esponente della famiglia dei Genovese e quello con un giovane predicatore e attivista politico, da poco convertitosi all’Islam, ovvero un certo Malcolm X (Nigél Thatch), con cui cerca di incrociare i percorsi che portano agli obiettivi di entrambi.E già qui emerge uno degli aspetti più interessanti di Godfather of Harlem: la volontà di unire finzione e realtà non è legata al solo fatto che il personaggio principale sia realmente esistito. Tirare in mezzo una figura come Malcolm X implica la necessità di aderire in modo credibile alla sua biografia e alza l’ambizione dell’intero progetto. Non una classica serie di gangster, quindi, ma una serie che prova a realizzare un quadro d’insieme di una New York violenta e fascinosa.




 
 
 

Da bambini e adolescenti, la maggior parte di noi ha ricevuto almeno una volta da un adulto il divieto di entrare in acqua per una nuotata “perché hai appena mangiato ed è pericoloso”, accompagnato dall’indicazione di attendere da almeno mezz’ora fino a tre ore (!) prima di fare un bagno. Molti hanno fatto propria questa raccomandazione e l’hanno tramandata alle generazioni successive, rendendola molto diffusa e condivisa, anche se non ci sono basi scientifiche solide per sostenere che andare a nuotare subito dopo un pasto faccia male.

Crampi

Chi vieta di fare un bagno dopo mangiato sostiene spesso che durante la digestione il sangue tenda ad affluire verso lo stomaco, riducendo quindi l’afflusso sanguigno ai muscoli di gambe e braccia. La teoria è che quindi se ci si immerge in acqua c’è il rischio di non avere le forze sufficienti per muoversi e tenersi a galla, né per contrastare la temperatura dell’acqua, solitamente inferiore di diversi gradi rispetto a quella corporea. O al contrario che la temperatura dell’acqua blocchi la digestione con l’effetto di provocare un malessere pericoloso. In realtà, il nostro organismo non crea mai uno sbilanciamento così drastico nella circolazione sanguigna. È vero che durante la digestione – il processo che dura circa 4 ore dal momento in cui abbiamo mangiato a quello in cui il cibo è transitato per buona parte del sistema digerente – si rileva un maggiore afflusso di sangue verso lo stomaco e l’intestino, ma questo non è mai tale da compromettere la nostra capacità di muoverci. Osservandoci come semplici animali, possiamo dire che è un bene che sia così: in qualsiasi momento, anche mentre stiamo digerendo, potremmo avere la necessità di scappare dalle mire di qualche predatore. Medici e ricercatori non sono nemmeno convinti che la lieve riduzione della circolazione periferica comporti un minore afflusso di ossigeno verso i muscoli, tale da causare crampi che potrebbero rivelarsi rischiosi se si sta nuotando. I crampi muscolari sono causati dalla combinazione di numerosi fattori, come scarsa idratazione, sbilanciamento negli elettroliti (fondamentali per alcuni processi biologici, come il trasporto delle sostanze attraverso le cellule) e temporanee alterazioni neurologiche. Come sa chi ne soffre spesso, i crampi possono verificarsi in qualsiasi momento e la loro ricorrenza dipende molto dalle caratteristiche dei singoli individui: c’è chi li sperimenta quasi quotidianamente e chi poche volte nella sua intera vita.

Non è chiaro da dove abbia avuto origine la credenza sui crampi o la congestione dopo mangiato se si va a nuotare, ma il sito dell’Enciclopedia Britannica ipotizza un legame con il manuale dei Boy Scout d’America pubblicato nel 1911. Tra le indicazioni, il libro sosteneva che i più giovani avrebbero sicuramente sofferto di crampi se avessero fatto il bagno prima che il loro pasto fosse digerito. Nel manuale veniva citato il rischio di “congestione” e la successiva insorgenza di crampi, senza fornire spiegazioni scientifiche convincenti.

Ad ogni modo, e come facilmente intuibile: la quantità di sangue presente nel nostro organismo è più che sufficiente per garantire la funzionalità di tutti gli organi e le altre parti che lo costituiscono...................................


 
 
 
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