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Lavorare da casa può essere estremamente positivo: molte persone riescono a trovare almeno un po’ di flessibilità. Ma questo tipo di lavoro agile rimane comunque un modo di adattarsi, qualcosa che la maggior parte delle persone ha dovuto fare a forza; per molte persone, ha significato doversi destreggiare tra lavoro, figli e famiglia in uno stesso spazio affollato. Tutto ciò può anche portare a una totale mancanza di barriere tra la tua vita personale e quella lavorativa, dice a VICE Jessica Stern, una psicologa clinica presso la NYU Langone Health, proprio come è avvenuto ai molti che hanno dovuto improvvisamente cominciare a lavorare in remoto durante la pandemia.

“Può essere molto difficile passare da un set psicologico all’altro, dalla vita lavorativa a quella personale, e sentiamo l’obbligo di mantenerci produttivi anche durante il nostro tempo libero,” spiega Stern. “Per molte persone, il tragitto tra la casa e il luogo di lavoro garantiva il tempo necessario a cambiare la propria impostazione mentale, e, ora che tante non vivono più questo passaggio, il tempo che intercorre tra la modalità psicologica personale e quella lavorativa tende a mischiarsi.”

Stern aggiunge poi che, quando sarà sicuro e possibile tornare a viaggiare verso il luogo di lavoro, molte persone scopriranno di poter tornare con naturalezza alla condizione precedente. “Penso che le nostre menti e i nostri corpi avranno bisogno dei propri spazi e quindi torneranno velocemente nel sistema di ‘confinamento’ precedente alla pandemia,” ha detto Stern. “Credo che le persone lo cercheranno, ne avranno bisogno e si sentiranno sollevate grazie al fatto di avere quei limiti.”

Le persone che continueranno a lavorare da casa cercheranno di stabilire dei limiti in altro modo: magari impostando una scrivania fissa, spostando la scrivania fuori dalla camera da letto, oppure stabilendo limiti più rigorosi rispetto alle ore lavorative.

 
 
 
  • Immagine del redattore: Fulvio Longo
    Fulvio Longo
  • 24 gen 2021
  • Tempo di lettura: 5 min

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La radio è il media senza età: broadcast (cioè a trasmissione diffusa), gratuita, multipiattaforma (la si può ascoltare anche dalla televisione, dall’automobile, dal laptop, dappertutto e sempre). Non solo propaga la sua anima nell’etere cosmico, ma fa anche girare dei bei numeri, con i suoi 35 milioni di spettatori al giorno e una raccolta pubblicitaria di € 400 milioni l’anno. Che questa sua democraticità possa dar fastidio alle BigTech è palese: la radio è all’opposto di un servizio ad abbonamento sia come contenuti sia come valori, libera da ogni condizionamento e automaticamente concorrente di chi offre prodotti a pagamento. L’ultima occasione di conflitto è stata la scadenza del termine per il passaggio al DAB+, lo standard radiofonico digitale, da parte dei dispositivi di nuova produzione, il 1° gennaio di quest’anno. Previsto dalla legge di bilancio 2018 (comma 1044) per “favorire l’innovazione tecnologica”, il passaggio alla ricezione digitale interessa gli “apparecchi atti alla radiodiffusione sonora”, che devono quindi integrare “almeno un’interfaccia che consenta all’utente di ricevere i servizi della radio digitale”. Chiarissimo, tranne per la natura degli apparecchi: tra questi rientra anche uno smartphone – o un dumbphone, ovvero quelli che usavamo prima della rivoluzione “intelligente”? Se andiamo a ripercorrere la storia del matrimonio tra radio e telefono ci passano davanti agli occhi tante immagini che confermerebbero questa ipotesi: la radio FM era ed è tuttora presente su molti modelli dumb, e anche sugli smart (ma anche sugli iPod); mentre il DAB+ è timidamente approdato su pochi modelli di punta. La quota di ascoltatori che accende la radio dal telefono non è secondaria, nonostante la piattaforma che fa la parte del leone negli ascolti sia l’automobile, con quasi il 50%. Il cellulare/smartphone fa segnare un 26%, anche se nella maggior parte dei casi via app, non dall’etere. Insieme a PC, tablet e smart speaker il telefono fa parte delle piattaforme presidiate da fasce di utenti tipicamente “giovani ed elitarie” a baricentro maschile, secondo le rilevazioni di GfK per Tavolo Editori Radio. Questo bel traffico, oltretutto proveniente da un target succulento, deve aver fatto alzare il sopracciglio a più di un CEO, ed ecco arrivare una precisazione della UE. Secondo la direttiva 2018/1972 (Codice Europeo delle Comunicazioni Elettroniche, Art. 113), gli stati membri devono rendere compatibili tra loro le autoradio e le televisioni digitali, ma “limitando l’impatto sul mercato di ricevitori di valore modesto” e garantendo che tali misure non si applichino ai prodotti “nei quali il ricevitore radio è puramente accessorio, quali gli smartphone”. In altre parole, la radio (cioè il ricevitore radio, non la possibilità di ascoltarla via app) negli smartphone è un accessorio. Recependo la direttiva UE a sua volta l’Italia finalmente definisce, con il suo DL Sblocca Cantieri (Art. 28, comma 5), quali siano da considerarsi “apparecchi atti alla radiodiffusione sonora”: sono esclusi i “dispositivi di telefonia mobile”, così come altri “prodotti nei quali il ricevitore radio è puramente accessorio.” Anche se la legge non dice che la radio va tolta dai telefoni che già ce l’hanno, per non saper né leggere né scrivere i produttori hanno iniziato a darsi da fare per inibire il chip FM nei prodotti già in circolazione in Italia. Se avete un Samsung, è probabile che uno degli ultimi aggiornamenti di sistema abbia disabilitato la vostra possibilità di accedere alla magia dell’etere, lo stesso essendo già successo da agosto negli Stati Uniti. Insomma, un garbuglio; e l’ospite, come dice il proverbio, inizia a puzzare. Le aziende di ICT riunite da Confindustria Anitec-Assinform sono ovviamente molto felici di non dover tenere più a bordo né FM né DAB+, mentre Confindustria Radio Tv chiede che la digitalizzazione del paese non sia solo uno slogan. Staremo a vedere cosa succede, ma cosa significa tutto ciò, oltre la battaglia combattuta a suon di emendamenti e di firmware? Il concetto alla base della radio è quello di un servizio a libero accesso,” ha detto a Business Insider Italia Claudio Astorri, consulente radiofonico e docente alla Cattolica di Milano. “È un essere vivente; è un servizio, non un prodotto, per il 92% del suo ascolto legato alla trasmissione in etere. Le aziende più importanti del mondo digitale vedono questo mezzo connaturato all’aria non dico come rivale, ma come antitesi della loro economia: mettere a disposizione un ricevitore dentro il cellulare, permetterebbe all’utente una forma di intrattenimento al di fuori della propria logica.” Lo smartphone non è altro che un terminale per la promozione di prodotti e servizi, mentre un “apparecchio atto alla radiodiffusione sonora” riceve un segnale libero e gratuito. Quando Steve Jobs presentò l’iPod a tutta la platea dei radiotelevisivi d’America affermò che quel nuovo dispositivo avrebbe rivoluzionato la radio. L’iPod ha avuto tanti meriti, ma non ha certo influenzato la radio,” continua Astorri. “Da una parte la auto-programmazione musicale non è come ascoltare una stazione radiofonica, che ha una sua identità e una sua presenza. Dall’altra, il DAB è l’inevitabile, ritardatissima in Italia, complementarità digitale di un mezzo che non può rimanere soltanto analogico. Nel 2019, secondo un’indagine GfK, 4,5 milioni di radioascoltatori italiani possedevano già un dispositivo DAB, ad esempio nella loro autoradio, e altri 12,9 conoscevano già la nuova tecnologia. La mancata trasformazione da broadcaster analogici a broadcaster digitali sarebbe un suicidio: vorrebbe dire lasciare alle BigTech o ai produttori di device la partita dello sviluppo digitale del mezzo radio,” precisa Astorri. “Del resto, il web non è certo esclusiva dei giganti digitali. Il limite di prospettiva di questi operatori del digitale, è essere convinti che i loro ecosistemi siano in grado di macinare anche la televisione e la radio; non è così nei fatti,” conclude Astorri. Il passaggio alle trasmissioni digitali non vuol necessariamente dire lo switch off del segnale analogico, visto dagli specialisti come un errore altrettanto grande: mentre la Svizzera sembra avviata su questa strada, la Norvegia, finora unico paese ad essere passato in blocco al DAB, ha praticamente distrutto la sua industria radiofonica, ha riferito Claudio Astorri. In questa partita, l’ascolto da cellulari e smartphone sembra essere ben poca cosa, a confronto della conversione di un intero settore, nonostante l’ostilità di una parte dell’industria della comunicazione e dell’intrattenimento. La radio è inoltre un sistema di trasmissione immediato e sicuro nelle calamità e per i messaggi di pubblica utilità, soprattutto in momento delicato come questo, a maggior ragione non utilizzando il flusso dati, che potrebbe interrompersi. Strano, quindi, che la legge l’abbia di fatto esclusa dal “terminale” che portiamo sempre con noi: lo smartphone. Il valore fondamentale della radio è però quello di diffondere il senso di comunità, un’attitudine di cui abbiamo sempre più bisogno. Già rimpiangete la radio sul vostro cellulare? Niente paura, si troverà sempre il modo di sbloccare un chip FM disattivato…


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Unisce il marketing con le neuroscienze, la psicologia cognitiva, la semiotica, la linguistica e la sociologia, mettendo a disposizione dei marketer importanti risorse per comprendere e interpretare i bisogni dei consumatori.

In base ai suoi insegnamenti un’azienda deve costruirsi un magazzino associativo di brand da comunicare ai propri clienti. Un processo creativo che permette all’audience di collegare al proprio brand colori, forme, suoni, emozioni, settore commerciale, claim, tipo di advertising.

Neuromarketing di Diotto è un manuale introduttivo alla disciplina, pieno di esempi pubblicitari e di gestione del posizionamento di prodotto.

Mette il neuromarketing al centro dell’identità del brand.

Quello che tradizionalmente ricadeva nell’immagine di marca si espande per rappresentare il brand per associazioni inconsce, permettendo legami tra aziende e prodotti anche quando non esplicitati e permettendo campagne pubblicitarie un tempo ritenute troppo rischiose.


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Un esempio dei rischi che può prendersi un brand grazie al neuromarketing è la campagna pubblicitaria di Burger King ‘Moldy Whopper’, ideata per comunicare attraverso l’immagine di un panino ammuffito che nei propri hamburger non venivano usati conservanti. Una campagna che la tradizione non avrebbe mai approvato, perché rischiava di associare al Whopper l’idea della muffa malgrado gli obiettivi della pubblicità.

Grazie alle neuroscenze l’associazione preesistente del brand a connotazioni positive era però ritenuta sufficientemente alta da compensare ogni connotazione negativa, soprattutto nel caso dei consumatori abituali, che mostrano atteggiamenti più positivi nei confronti dei brand che hanno acquistato almeno una volta nella loro vita.

Un manuale da leggere e tenere poi vicino alla scrivania come riferimento quando si deve impostare una strategia di posizionamento.( FONTE: BUSINESSWEEKLY.IT)

 
 
 
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